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Che fine ha fatto il pragmatismo svizzero?

02.12.2025

A colpo d'occhio

  • Temi politici ed economici come l’accordo doganale con gli USA o i Bilaterali III vengono spesso criticati prematuramente, rendendo più difficile trovare compromessi costruttivi.
  • Il pragmatismo svizzero sembra essersi in gran parte perso. Si discute sempre più in termini ideologici invece di cercare soluzioni pragmatiche.
  • Il benessere della Svizzera si basa su una forte economia d’esportazione e sull’accesso ai mercati internazionali. Per questo sono essenziali relazioni regolamentate con partner commerciali chiave come l’UE e gli USA.

Un’ondata di sollievo ha attraversato il Paese quando è stato annunciato l’accordo doganale con gli Stati Uniti. Ma, invece di attendere per capire come si sarebbero evolute le cose, certi ambienti hanno subito iniziato a parlarne male. Il solito pelo nell’uovo: si sarebbe ceduto troppo agli USA, i posti di lavoro in Svizzera sarebbero a rischio, i polli al cloro verrebbero immediatamente ammessi, gli impegni d’investimento non sarebbero realistici e l’equilibrio commerciale sarebbe un’illusione.

Con uno stesso stato d’animo, altri ambienti denigrano i Bilaterali III. La democrazia svizzera verrebbe distrutta, il beneficio economico sarebbe esiguo, il meccanismo di risoluzione delle controversie comunque non funzionerebbe e la Corte di giustizia europea avrebbe sempre l’ultima parola. Una sorta di “svendita della patria”. Va detto, però, che il valore economico degli Accordi bilaterali è molto grande, per quanto lo si voglia minimizzare.

La cacofonia attuale in Svizzera rivela due aspetti. Per prima cosa, quello positivo: siamo un Paese di sedicenti esperti. Discutiamo, critichiamo, litighiamo e siamo avari di lodi verso la nostra classe politica. Questo è un bene, perché non ci accontentiamo mai del tutto e vogliamo sempre qualcosa in più. La famosa “botte piena e la moglie ubriaca”. È stato questo, in passato, uno dei punti di forza della Svizzera: soluzioni che lasciavano tutti moderatamente scontenti venivano infine accettate, anche se brontolando.

Ma il pragmatismo svizzero è andato in buona parte perso. E ciò ha a che fare col secondo punto: non si cercano più soluzioni, bensì si gestiscono i problemi secondo la propria visione partitica o ideologica. Ciò risulta particolarmente evidente a sinistra. Il Brasile sotto il presidente di destra Bolsonaro era considerato il demonio, mentre l’Argentina del presidente di sinistra Perón era vista come un’oasi sociale messa in ginocchio dal capitalismo. Oggi la prospettiva della sinistra si è ribaltata: il Brasile del presidente di sinistra Lula è visto come paladino della lotta al cambiamento climatico e vittima a sua volta del capitalismo, mentre l’Argentina del presidente libertario Milei è diventata il bersaglio preferito (sebbene abbia riportato sotto controllo l’enorme inflazione). Anche lo sguardo della sinistra sugli Stati Uniti si concentra attualmente quasi esclusivamente sui problemi dell’amministrazione Trump, mentre gli anni dei presidenti Biden e Obama vengono idealizzati come un’epoca di alta ci

La visione della destra non è da meno. Ovunque intraveda una vaga traccia di legame con l’UE, scorge subito un’opera diabolica. I funzionari di Berna vorrebbero tutti entrare nell’UE ed essere pronti a vendere la Svizzera. Solo per colpa dell’UE la Germania avrebbe i suoi problemi economici. Solo per colpa dell’UE crescerebbe la burocrazia. Insomma: l’UE sarebbe la causa di tutto ciò che va male. E la Svizzera farebbe bene a starsene da parte.

È tempo di fermarsi un momento e guardare ai fatti: La Svizzera deve il suo benessere a un’economia d’esportazione fiorente. Guadagniamo circa il 40 per cento netto all’estero. “Netto” significa che sono già stati dedotti tutti gli importi necessari alla produzione di beni d’esportazione, come petrolio, metalli o semilavorati. Senza la nostra economia d’esportazione saremmo molto poveri. Per continuare a fare ricerca, sviluppare, amministrare e produrre per l’esportazione nel costoso territorio svizzero, le nostre imprese hanno bisogno del miglior accesso possibile ai mercati internazionali.

L’economia necessita di relazioni regolate con il suo principale partner commerciale, l’UE. Abbiamo bisogno di accesso al mercato statunitense e, in futuro, anche ai mercati sudamericani, quelli degli Stati Mercosur, indipendentemente dal fatto che lì vi sia un governo di sinistra o di destra.

Dov’è finito il pragmatismo svizzero? Siamo ancora capaci di accontarci di soluzioni non sempre perfette? Mi auguro una Svizzera che discuta animatamente, ma con attori che non si lasciano guidare solo dall’ideologia e che lottano con argomenti solidi per le soluzioni migliori. Che alla fine sostengano un compromesso, anche se non sono d’accordo al 100 per cento. Che vogliano una soluzione, e non solo gestire problemi utili alla prossima campagna elettorale. Di fronte alle enormi sfide poste alla Svizzera dalla nuova geopolitica, sarà decisivo capire se ne siamo ancora capaci. Io sono ottimista. Ce la faremo.

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